Interpretare

Interpretare

Interpretare significa ascrivere un significato a una proposizione. La scienza giuridica, si occupa in particolare di quel tipo di interpretazione avente ad oggetto proposizioni deontiche. Lo sviluppo del costituzionalismo e la rapida diffusione dei sistemi di controllo di costituzionalità a livello mondiale hanno portato la dottrina pubblicistica a elaborare teorie che distinguono, sulla base di parametri differenti, l’interpretazione giuridica in generale, da quella costituzionale. Di volta in volta, la specificità dell’interpretazione costituzionale è stata individuata nel suo oggetto (norme vaghe, indeterminate, ideologiche e/o principi); nei suoi interpreti (le Corti costituzionali in primis); nel prodotto dell’interpretazione, ossia nel fatto che esso stesso diventi oggetto e determini il carattere di superiorità della Costituzione (Troper), secondo la nota formula della Corte statunitense nel caso Cooper v. Aaron, 358 US 1 (1958): «the interpretation of the Fourteenth Amendment enunciated by this Court in the Brown case is the supreme law of the land»; nei criteri o canoni interpretativi, evidenziando il particolare ruolo che giocano il principio di ragionevolezza e la tecnica del bilanciamento all’interno del giudizio di costituzionalità delle leggi.

Da Savigny in poi, la dottrina continua a discutere in merito all’esatto numero dei canoni di interpretazione e alla loro operatività. Alexy, ad esempio, li divide in sei gruppi: interpretazione semantica, genetica, storica, sistematica, teleologica, per finire con quella comparativa. Anche Haberle afferma che la comparazione assurge oggi a quinto metodo interpretativo, dopo i classici criteri grammaticale, logico, storico e sistematico. Anche il giudice emerito della Corte suprema israeliana Barak ritiene la comparazione utile al fine di scegliere tra i diversi significati possibili di una disposizione costituzionale, integrato con i criteri semantico e teleologico, qualora ci sia nelle diverse Costituzioni un richiamo ai valori di una società democratica o una comune base ideologica e/o di valori fondamentali.

Il punto merita particolare attenzione in quanto si tratta di un argomento che ha generato un acceso dibattito in dottrina e fra gli stessi giudici, rivelando una delle frontiere d’uso della comparazione giuridica. Nonostante le primissime battute di questo dialogo siano state scritte da giuristi tedeschi, è nell’ambito del Common Law che si comincia a parlare, negli anni ’90, di transjudicial communication, transnational conversation e judicial dialogue, negli scritti di autori come A. Slaughter, C. McRudden e S. Choudhry, con riferimento all’uso, da parte delle Corti costituzionali e supreme, dell’argomento di diritto comparato, o più modestamente al richiamo alla giurisprudenza e al diritto stranieri nelle sentenze, al fine di risolvere questioni di costituzionalità delle norme. Ciò non è un caso, e appare del tutto comprensibile, alla luce della maggiore abitudine dei common lawyers al confronto con giurisprudenza di altri Paesi nell’ambito del Commonwealth, in applicazione del sistema del precedente.

Più o meno negli stessi anni, il dibattito assume una portata concreta nello scontro a colpi di opinioni di maggioranza, opinioni dissenzienti e dibattiti accademici fra i giudici Scalia e Breyer, rispettivamente contro e a favore dell’uso del diritto straniero come argomento interpretativo nella soluzione di casi di costituzionalità, iniziato nel caso Printz v. U.S. del 1997 e che si inserisce nell’ambito della più ampia disputa fra originalists e constructivists sull’interpretazione costituzionale. Sporadici riferimenti al diritto straniero si potevano già trovare nella giurisprudenza della Corte Suprema, ma è con la sentenza Knight v. Florida del 1999 che l’uso della comparazione da parte delle Corti diventa un vero e proprio caso, giudiziario e politico, arrivando a conquistare eco internazionale. Nella sua dissenting opinion, infatti, il giudice Breyer arriva a citare in maniera quanto mai provocatoria, oltre a giurisprudenza del Privy Council, della Corte Suprema canadese, di quella indiana e della Corte europea dei diritti dell’uomo, una sentenza della Corte Suprema dello Zimbabwe, al fine di sostenere la sua posizione circa l’illegittimità costituzionale della pena di morte eseguita dopo un lungo periodo di detenzione in carcere. Se in Knight i cavalieri dell’uso della comparazione si erano trovati in minoranza, importanti sentenze successive hanno visto l’ampio utilizzo del richiamo a casi
e diritti stranieri per argomentare le scelte della Corte in merito, ad esempio,
all’illegittimità costituzionale della penalizzazione della sodomia (Laurence v.
Texas del 2003) e della pena di morte ai minori (Roper v. Simmons del 2005).

Conseguenza politica eclatante di questo (ab)uso del diritto straniero sono state le ripetute proposte di legge alla Camera e al Senato, mai approvate, circa l’imposizione del divieto di citazione del diritto straniero nell’interpretazione della Costituzione (ad es., S.Res. 92 (2005) «Resolved, That it is the sense of the Senate that judicial interpretations regarding the meaning of the Constitution of the United States should not be based in whole or in part on judgments, laws, or pronouncements of foreign institutions unless such foreign judgments, laws, or pronouncements inform an understanding of the original meaning of the Constitution of the United States»), arrivando addirittura a proporre Y impeachment del giudice in caso di violazione del dirieto.

Gli studiosi hanno poi successivamente ampliato il campo di indagine, creando una tassonomia fra Corti meno inclini all’uso di questo canone (come Francia, Italia o Germania) e Corti che addirittura trovano un fondamento positivo nella Costituzione quanto all’utilizzo del diritto straniero (come l’art. 39 della Costituzione sudafricana, che legittima la Corte costituzionale all’uso del diritto straniero —-foreign law— nell’interpretazione del Bill of Rights) o Corti per cui ciò rappresenta un tratto genetico, in quanto giurisdizioni tenute ad applicare anche il diritto prodotto dalle tradizioni comuni dei vari Stati (come la Corte europea dei diritti o la Corte penale internazionale) (GroppiPonthoreau).

Tuttavia, al di là degli studi che rilevano il fenomeno attraverso l’analisi del dato giurisprudenziale, occorre concentrarsi sulle ricerche di secondo grado, ossia sulle riflessioni che cercano di inserire questo fenomeno nell’ambito di una teoria dell’argomentazione costituzionale.

M-C.Ponthoreau, pur riconoscendo che l’argomento comparativo realizza quella funzione sovversiva, di maggiore conoscenza e critica del diritto interno che essa stessa aveva attribuito alla comparazione, riconosce che ci sono diversi problemi nel ricorso al diritto comparato all’interno dell’argomentazione costituzionale, fra cui la manifestazione di eccessivo potere discrezionale del giudice nella scelta dei precedenti da citare (cherrypicking) e il rischio della
decontestualizzazione della citazione.

De Vergottini precisa come il mero richiamo al diritto straniero non costituisca “comparazione” in senso stretto, essendo utilizzato nell’argomentazione alla stregua di un dato di fatto, come per altri elementi extragiuridici, e non come fonte del diritto. Oltre a negare che il fenomeno possa descriversi nella forma di “dialogo”, mancando la reciprocità nella comunicazione, l’autore distingue il diverso ruolo che il richiamo al diritto straniero può svolgere nell’argomentazione del giudice: semplice menzione, come forma di ornamento o erudizione discorsiva; argomento comparativo, qualora il giudice attraverso la comparazione sostenga una determinata interpretazione della disposizione costituzionale interna. In questo caso la forma di giustificazione esterna si mescola con quella che rinvia all’utilizzo dei precedenti, a sua volta
legata all’argomentazione dogmatica.

Non è un caso che tra i frutti delle ricerche sull’uso del diritto comparato e straniero da parte delle Corti ci sia anche l’apertura di nuovi campi di indagine che si prefiggono di analizzare il peso del richiamo alla dottrina giuridica straniera nei processi di giustificazione da parte delle stesse Corti (Pegoraro). Infine, si ha vero e proprio giudizio comparativo quando dalla comparazione fra diverse norme costituzionali straniere si trae il principio di diritto per risolvere la questione. Mentre numerosi sono i casi di utilizzo del diritto straniero della prima specie, molto minori sono i casi di argomentazione comparativa e scarsissimi quelli di giudizio comparativo, per cui l’uso dell’espressione “dialogo fra Corti” andrebbe senza dubbio ridimensionato.

Silvia Bagni